mercoledì 7 ottobre 2009

Cronache fenicie.



Salve gente, lo so che è un po' che non scrivo ma sono uno di quei baggiani a cui piace pensare a se stessi come uomini pieni di sorprese.

Sono a Beirut, ci rimarrò fino a fine mese. Ci aggiorniamo nel mentre, internet permettendo, altrimenti ci risentiamo a novembre. Ne ho già un bel po' da raccontare.

Vostro,

Z.

domenica 27 settembre 2009

Ombre dell'Idea.



La verità sarebbe che quando v'è tanti prepotenti da un lato e tanti vili dall'altro l'anarchia non è possibile. Quindi è che l'anarchico deve sentire fortemente il rispetto della libertà e del benessere degli altri, e deve fare di questo rispetto lo scopo precipuo della sua propaganda. Ma, si obbietterà, gli uomini oggi sono troppo egoisti, troppo intolleranti, troppo cattivi per rispettare i diritti degli altri e cedere volontariamente alle necessità sociali. Invero, noi abbiamo sempre riscontrato negli uomini, anche i più corrotti, tale un bisogno di essere stimati ed amati, e, in date circostanze, tanta capacità di sacrificio e tanta considerazione dei bisogni degli altri da sperare che, una volta distrutte con la proprietà individuale le cause permanenti dei più gravi antagonismi, non sarà difficile di ottenere la libera cooperazione di ciascuno al benessere di tutti. Comunque sia, noi anarchici non siamo tutta l'umanità e non possiamo certamente far da noi soli tutta la storia umana; ma possiamo e dobbiamo lavorare per la realizzazione dei nostri ideali cercando di eliminare, il più possibile, la lotta e la coazione nella vita sociale.

Errico Malatesta.

Questo è un blog anarchico in cui si parla poco, o quasi per niente, di anarchia. E' una scelta e, se mi passate la cacofonica ripetizione, fa parte proprio dello spirito anarchico del blog. Si tratta però di una legge non scritta a cui, ovviamente, contravveniamo volentieri.

Mi è capitato di leggere questo commento di Valerio Evangelisti al pensiero di Errico Malatesta. E' interessante e centra quella che, a mio parere, è alla fin fine l'unica critica razionalmente accettabile al pensiero anarchico. Dateci una letta.

venerdì 18 settembre 2009

La guerra dei trent'anni.



La Nato ha commesso un solo errore in Afghanistan: entrarci.
Un ex-ufficiale sovietico.

Era il dicembre 1979 quando le truppe sovietiche invasero l'Afghanistan. Fra poco fan trent'anni. Tre decenni in cui il pio spirito d'evangelizzazione occidentale, socialmeccanico o dollartecnologico che fosse, è riuscito a trasformare in un inferno il paese arcaico, pacifico e orgoglioso descritto da Chatwin. Il paese che ha forgiato tra i fiumi di rosso degli anni '80 l'ultimo grande guerriero poeta e mistico d'un filone che nel mondo islamico ha antiche radici.


Democrazia o socialismo, è sempre un Sol dell'Avvenire che portiamo sulle canne dei fucili, e sempre in zone geopoliticamente strategiche, off course. Ma ogni cosa ha il suo prezzo. Ora soldati italiani, parte dell'esercito d'occupazione occidentale, muoiono conducendo una guerra sporca contro guerriglieri feroci che noi stessi creammo.


Si consolano in coro, politici, giornalisti e vallette, dicendo che sono morti per la libertà e la democrazia. Le nostre democrazie rappresentative non funzioneranno mai in Afghanistan. E se dovessero stabilirvisi sarebbero un orrore tale da meritare la damnatio memoriae per chi ha sparso sangue a crearle. Libertà non ci sarà fino a quando non ce ne saremo andati. E per un bel po' anche dopo, visto che la frittata è fatta. Son trent'anni che la stiamo facendo.


Gli elefanti dei Moghul crollarono sui passi crivellati di frecce. Le giubbe rosse s'ammassarono ai lati del sentiero tingendo di vermiglio anche le rocce del Khyber Pass. La Storia è spietata con chi non ha memoria.

P.s.
Qualche informazione interessante la trovate qui.

mercoledì 16 settembre 2009

I am the walrus!


Occhei, è la pubblicità di un videogioco ma fa venire una gran voglia di riascoltare gli Scarafaggi. E poi il finale psichedelico è davvero ganzo.

martedì 15 settembre 2009

La languida catena.



Quello al centro in seconda fila è il mio bisnonno Giuseppe, detto Bepi. La divisa che indossa è quella dell'esercito imperialregio d'Austria e Ungheria: durante la Grande Guerra, come molti italiani dell'Adriatisches Kuenstenland, fu spedito dal Kaiser a combattere sul fronte russo.

Bepi si beccò una medaglia in quella guerraccia infernale. Leggenda familiare vuole (perché così lui raccontava) che l'abbia guadagnata allontanandosi dalla sua unità per andare a cagare giusto cinque minuti prima che i suoi commilitoni venissero sterminati da un bombardamento russo. In quanto unico eroico sopravvissuto, fu premiato.

Certo è che non era un guerrafondaio, il mio bisnonno: di mestiere faceva l'affrescatore (e a Monfalcone c'è ancora una ditta di imbianchini che di nome fa Fabris, miei parenti di sicuro) e nel tempo libero dipingeva. Non aveva i soldi per comprarsi le tele, quindi il fondo dei suoi quadri era il cartone delle scatole delle scarpe. E dipingeva mica male: i suoi paesaggi di colori tenui non assomigliano alle opere stereotipate del pittore dilettante, dimostrano anzi intuizioni non da poco per uno che non aveva mai visto una grande galleria d'arte.

Politicamente il Bepi doveva esser piuttosto irrequieto: ogni anno pochi giorni prima del Primo Maggio la mia bisnonna gli preparava una gamella di vettovaglie che lui portava con sé quando i fascisti venivano a prenderlo per portarlo in gattabuia. Lo rilasciavano puntualmente qualche giorno dopo la Festa dei lavoratori.

La sua carriera di affrescatore parve avere una svolta quando, assieme ad altri artigiani delle mie terre, fu chiamato a partecipare alla costruzione del palazzo di re Zog I d'Albania, a Tirana. Si dice che ci sia andato addirittura in aereoplano. Da lì, purtroppo, tornò malato di tubercolosi, la malattia che infine l'avrebbe ucciso. Fu messo in quarantena.

Mio nonno Livio, ancora bambino, andava a portargli il cibo ogni giorno, ma Bepi gli diceva sempre di non aver fame, che poteva mangiare lui il suo pranzo. Morì così, di una morte comune a quei tempi. Annichilita, la mia bisnonna distrusse quasi tutti i suoi quadri e le sue opere, tra questi un ritratto di mio nonno e un grande libro illustrato. Non voleva tenere nulla che risvegliasse in lei il dolore del ricordo.

Ma Bepi non è scomparso. Io vedo forti le sue tracce nei caratteri della mia famiglia: nei disegni di mia madre e mio fratello, vergati con abilità istintiva, nell'animo solare che mio cugino Michele e mio zio Giuseppe hanno ereditato da nonno Livio. 

Sono i lacci indissolubili che mi avvincono a chi, prima di me, ha calcato questa terra di vento, mare e pietre.

...e non c'è lama che possa recidere la languida catena
generazione su generazione...

Ghost.



L'ho sempre detto io che quel film portava sfiga. Beh, anche le sigarette hanno aiutato.

Sigarette. Cazzo se vorrei fumarne una, ora. Ma figurati se uno di 'sti musi lunghi che stanno in barca con me ha un pacchetto. E anche se ne avessero non me ne darebbero una, potrei giurarci.

Di chiederne una a quel tizio seduto a poppa con il timone in mano, poi, non se ne parla. "Scusi, me l'accende con quei begli occhietti?" - sarebbe un'idea di merda. Battute che van bene per Hollywood, ma qui in quattro e quattr'otto mi ritrovo fuori bordo in mezzo a 'sto schifo di nebbia.

Che vita di merda. Beh, vita. Chissà dove ci sta portando, poi.

...

Hey Hey! La riva, finalmente! Si direbbe che siamo arrivati... Ma cos'è sto casino? E chi cazzo è quel vecchio che urla?

ALLEGRIA! ALLEGRIA! ALLEGRIA!

Dio, lo sapevo. Sono finito all'Inferno.

martedì 8 settembre 2009

Sconforto.



Che paese. 30% qualunquisti, 30% populisti, 30% fascisti (sempre la stessa cosa in progressione d'aggravamento). Il restante... boh.

sabato 5 settembre 2009

The host of Seraphim.

mercoledì 2 settembre 2009

Stupores Mundi.


Anche Gengis Khan ebbe la sua quando fece a Federico la proposta - comprensibile solo dal punto di vista asiatico - di sottometterglisi, promettendogli, se l'avesse fatto, una carica a corte: al quale si vuole che Federico abbia prontamente risposto, che prendeva in seria considerazione l'ufficio di falconiere.

Narra l'episodio Ernst Kantorowicz nel suo grandioso Federico II imperatore. Sia vera o meno, la storiella di questo incontro epistolare ha sempre esercitato sulla mia fantasia una forte suggestione. Sarà un po' da orientalista di primo Novecento ma vedo sfiorarsi in essa i mondi lontanissimi e fiabeschi delle due figure che, una a Oriente, l'altra a Occidente, dominano l'orizzonte del XIII secolo.


Voci confuse giungono in Europa ai tempi della grande espansione mongola, leggende sul ritorno del re cristiano d'Oriente, il Prete Gianni, che sarebbe venuto a far giustizia dei saraceni e a liberare la Terra Santa. Sono soltanto una pallida ombra della realtà di un uomo che, venuto dal nulla delle steppe mongole, ha creato nel giro di pochi anni l'impero più immenso che la storia abbia mai visto. Sulla Muraglia cinese e sull'altipiano di Persia, alle porte della terra dei Rus e alle pendici dell'Himalaya ovunque il nome che corre su tutte le bocche è quello di Gengis Khan, il Signore Oceanico, il Conquistatore del mondo.

E mi par di vedere il messaggero che a cavallo dalla lontana Karakorum o da un enorme accampamento nella steppa parte diretto a Occidente, con la missione di portare a un re lontano che si proclama signore della Terra la magnanima offerta del Grande Khan.


Ed ecco la lettera arrivare infine a Palermo, ove siede sul trono dei Cesari il meno tedesco dei sovrani del Sacro Romano Impero Germanico. Il gran Staufen che fu pupillo di Innocenzo III, colui che per Gregorio IX è l'Anticristo e per i tedeschi il Puer Apuliae, per tutti lo Stupor Mundi. Un imperatore mezzo normanno e mezzo svevo, imbevuto di Mediterraneo, che dalla sua dotta corte siciliana vince la Crociata accordandosi con l'amico fraterno, il sultano d'Egitto, per la cessione di Gerusalemme. L'instancabile nemico dei papi, colui che più di tutti è giunto a far prevalere il Globo e la Spada sulla Tiara e le Chiavi nello scontro in cui si decide quale debba essere la prima autorità dei cristiani e della Chiesa, se il papa o l'imperatore. L'uomo il cui spettro un domani tormenterà i sogni dei pontefici, che stermineranno la sua stirpe e ne disperderanno le ossa, e cui s'ispirerà in segreto, molto più che al Valentino, messer Niccolò Machiavelli per scrivere il suo Principe.

domenica 30 agosto 2009

Incursione in territorio fascista.



Ho amato molto Le Benevole, ammesso e non concesso che un libro del genere si possa amare. Se anche voi siete stati risucchiati da quel vortice oscuro, vi consiglio di leggere Il secco e l'umido. Una breve incursione in territorio fascista, il saggio che Jonathan Littell ha scritto mentre stava lavorando alla sua opera prima. E' un libro interessante, Il secco e l'umido, e leggerlo vi porterà via soltanto un pomeriggio (beh... un pomeriggio e 18 euro: se volete ve lo presto io, và).

Un po' saggio, un po' pamphlet, il testo di Littell nasce dall'incontro di altri due libri. Il primo è Männerphantasien (1977) del sociologo tedesco Klaus Theweleit, un'originale (psico) analisi del soggetto fascista che Littell così sintetizza:

Theweleit è stato forse il primo a voler prendere i fascisti alla lettera. Lavorando su un corpus di circa duecento romanzi, memorie e diari scritti da veterani dei Freikorps tedeschi nel periodo 1918-1923, ha cercato di analizzare la struttura mentale della personalità fascista...

... Il modello freudiano dell'Es, Io e Super-Io, e quindi dell'Edipo, non è applicabile, poiché in realtà il fascista non ha mai effettuato compiutamente la separazione dalla madre e non si è mai costituito un Io nel senso freudiano del termine. Il fascista è il "non completamente nato". Tuttavia non è uno psicopatico; ha effettuato una separazione parziale, è socialmente integrato, parla, scrive, agisce nel mondo, spesso efficacemente, purtroppo, talvolta prende persino il potere. Per riuscirci, si è costruito o fatto costruire - tramite la disciplina, l'addestramento, esercizi fisici - un Io esteriorizzato che si presenta come una "corazza", un'"armatura muscolare". Tale armatura trattiene nell'interiorità, a cui il fascista non ha accesso, tutte le sue pulsioni, le sue funzioni desideranti assolutamente informi perché incapaci di oggettivizzazione. Ma questo Io-corazza non è mai perfettamente ermetico, anzi è fragile... Nei momenti di crisi si frantuma, e il fascista rischia di essere travolto dalle sue stesse produzioni desideranti incontrollabili, dalla "dissoluzione dei limiti personali". Per sopravvivere, esteriorizza ciò che lo minaccia dall'interno, e allora tutti i pericoli assumono per lui due forme, intimamente connesse: quella del femminile e quella della liquidità, di "tutto ciò che scorre".


Con questi strumenti Littell va (letteralmente) a sviscerare il secondo testo, La campagne de Russie del fascista belga Léon Degrelle. La campagne è un diario "postumo" (Degrelle lo scrisse nel '45, esule nella Spagna di Franco) e giustificatorio degli anni trascorsi dal belga in Russia al comando della legione di volontari delle Waffen SS "Wallonie". A differenza dei Freikorps di Theweleit, Degrelle è francofono e non ha vissuto il trauma del primo conflitto mondiale, ma nelle sue pagine Littell trova un identico modo di percepire e descrivere il reale. L'interpretazione fascista della realtà opera, secondo Littell, un'azione di contenimento, imprime ai fatti un significato che permette all'Io-corazza di continuare a considerarsi intatto, delimitato:

...Il testo opera, dunque. Ma che cosa? Probabilmente ciò che Thewleit chiama la "conservazione dell'Io". Per il fascismo è una questione di vita o di morte. Nel caso di cui ci occupiamo, quello di Degrelle quale emerge dal libro La campagne de Russie, la conservazione dell'Io passa per una serie rigorosa, quasi meccanica, di coppie di opposti, in cui il secondo termine rappresenta la minaccia che incombe sull'Io-corazza e il primo le qualità che permetteranno al fascista di rafforzarlo e quindi di evitare la dissoluzione psichica, pericolo ben più grave della disfatta militare. L'intero testo di Degrelle si struttura - e quindi, per lui, struttura la realtà - grazie a queste opposizioni. Quella principale, come vedremo, è l'opposizione secco e umido; ci sono inoltre lo strutturato e l'informe, il duro e il molle, l'immobile e il brulicante, il rigido e il flaccido, l'eretto e lo sdraiato, il pulito e lo sporco, il cotto e il crudo, il sazio e l'affamato, il glabro e il peloso, il limpido e il torbido, il trasparente e l'opaco, l'appannato e il lucente, il morbido e il vischioso, e così via. Sono queste operazioni che ora dovremo seguire attraverso le parole vere di Degrelle, più vere di quanto egli stesso non creda.

Per questo viaggio nelle agghiaccianti parole vere di Degrelle vi rimando a Il secco e l'umido. L'analisi di Littell è puntuale e convincente e il libro si conclude con un'interessante postfazione scritta dallo stesso Theweleit.


Non so se il tipo identificato dal sociologo tedesco e approfondito da Littell corrisponda o meno a un tipo fascista. Come rileva lo stesso autore in chiusura, questo genere di ego informe, rinchiuso in una fragile corazza da crostaceo, sembra calzare a pennello anche ai torturatori di Abu Ghraib o a sadici integralisti come Shamil Basaev. A non fascisti, insomma. In più punti il testo di Littell mi ha riportato alla memoria i passi dell'Hitler di Joachim Fest in cui si descrive la percezione quasi onirica della realtà hitleriana, ma non penso si possa applicare facilmente a tutti i personaggi della galassia fascista, in primis Mussolini stesso (che comunque non era un capolavoro di psiche pulita, come illustrato dal pur mediocre Vincere di Bellocchio). Sono invece abbastanza convinto che, se il tipo di Theleweit non corrisponde necessariamente al fascismo, identifica il bacino naturale in cui il fascismo si propaga: i volenterosi carnefici, dall'alto gerarca al manganellatore da strada, da qui provengono. E' in questo vivaio di mostruosi crostacei che il fascismo recluta la maggior parte delle sue leve. Ed è sempre lì che le democrazie trovano i loro più feroci mastini e le religioni eleggono alcuni tra i più puri inquisitori.

Il paese dei dossier.



Dunque, a parte il fatto che il suono della parola Boffo mi fa letteralmente impazzire, forse è il caso di farsi un paio di domande. 

Questo è il paese dei dossier, e lo sappiamo, e quindi niente di strano che alla bisogna i mastini del nostro presidente del consiglio possano tirar fuori tutta la merda che hai nascosta nel doppiofondo dell'armadio in un battibaleno. 

Ma, come mi faceva notare il mi babbo, quello che bisogna chiedersi è: questi cazzo di dossier Litttorio Feltri da dove li tira fuori? Giornalismo d'inchiesta? Naaaaah... Investigatori privati? Boh... Non è invece più probabile che, al solito, i fascistissimi e golpisti servizi segreti italiani si stiano impicciando degli equilibri politici del paese? E vaffanculo, dico io. Vaffanculo Sisde, Sismi e chi più ne ha più ne metta.

martedì 25 agosto 2009

Per Bacco!



Ma il bizantino lo troverà un momento per imbastire un pezzo decente? Eh no, cari miei, no. Con la presente intendo rassicurarvi che non mancano stimoli e idee, ma solo l'occasion di buttarle giù in forma degna. Abbiate pazienza e vi ripagherò con un po' di ucronia bizantina (non dimentico!), il mio solito Ernesto, e soprattutto la mia nuova fissa: il '700! Una figata di secolo, credetemi, non foss'altro per le parrucche.

Hasta ahora (y la victoria, siempre)!

martedì 18 agosto 2009

La mufica è una ftrega capricciofa.



Io detesto Giovanni Allevi, questo Yngwie Malmsteen (sì, lo odio ancora!) del pianoforte. Detesto le sue musichette tutte uguali e detesto le folle in delirio che vanno ad assistere ai suoi pallosissimi concerti. Soprattutto detesto lui, Allevi. In un'intervista al Corriere ha recentemente affermato di non preoccuparsi per le stroncature che gli dedica la critica, perché anche i capolavori di Puccini (e qui si chiama in causa Ciramika, suo discendente), Mozart e Verdi vennero accolte con parole astiose. Aaaaargh! 

E ancora: La musica è una strega capricciosa: bussa alla mia testa, giorno e notte, per dettarmi frammenti che devo comporre. Ecco, su questa quasi lo compatisco. Giorno e notte. Chissà che coglioni.

giovedì 13 agosto 2009

In Quiete.


Troppi tiranni in terra, in cielo
Millenni di Patto millenni di Legge millenni d'Osservanza
Millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio
Millenni di sangue versato a concime
Millenni di imperi e regimi millenni di regni di dio
Millenni di Parole Sante millenni nel Nome di Dio
Millenni di regni di dio
Millennio del signore, sesto
O secondo che finisce
O secondo che avanza
Urlo da lama
Santa Mattanza.

CSI, Millenni.

Dio benedica Sua Santità Benedetto XVI...

Giovanni Lindo Ferretti, Reduce.


Alla fine l'ho fatto. Ho preso il toro per le corna e mi sono cimentato nella lettura di Reduce, il libro di Giovanni Lindo Ferretti. L'ho fatto per capire come l'uomo che ha scritto una parte così importante della colonna sonora della mia esistenza abbia potuto abbracciare appieno un'ideologia mortifera e mortificante come il cattolicesimo ai tempi di Benedetto decimosesto.

Ma l'ho fatto anche perché a me non è alieno, se vogliamo chiamarlo così, il richiamo del chiostro. Non fraintendetemi: è soltanto che a volte sento forte una pulsione a ritirarmi da questo quotidiano sgomitare, ad ascendere sentieri montani e trovare rifugio in una vita fatta di ritmi ciclici e regole antiche.

Ferretti questa strada l'ha imboccata, m'interessava sapere come. E m'interessava pure capire perché abbia scelto proprio la chiesa di Roma come suo cardine: perché a pensieri più umani eppure più trascendenti, penso ai Valdesi, egli abbia preferito un'istituzione imperiale schiacciata dal paradosso tra dogma e modernità che, nell'adottare soluzioni errate in entrambe le direzioni, si è accecata come Edipo a ogni possibilità di accedere all'Eterno.

Cosa ho trovato, tra le pagine di Reduce? Un linguaggio familiare, la cura nell'affiancare parole che Ferretti è solito adoperare anche quando parla. E l'intuizione originale con cui guarda al mondo:

L'EurAsia fa del burro il suo condimento. Un mangiar grasso a far calore dentro a contrastare l'umido ventoso gelido intorno.
A Sud le civiltà del Mediterraneo, il viver dolce per clima mite. Le grandi città: Gerusalemme, Atene, l'Urbe prima Roma e la seconda, Bisanzio. Civiltà degli antichi. Loro pianta è l'ulivo, condiscono con il loro cibo.
Questo confine oggi è dissolto. Era un confine estetico, un confine del gusto, confine vero lo riconosce anche uno stolto.
La terza Roma, Mosca, crea confusione. Spostando i confini li rende instabili.


Poi c'è la religione. Che Ferretti sia un uomo di forte spiritualità mi pare fosse chiaro già negli anni '80. Questo, in fondo, è ciò che mi sorprende meno della sua conversione o, come lo chiama lui, del suo ritorno. E il cattolicesimo che nel ritorno ha scelto è arcaico, esso sì autenticamente medievale, ben più del freddo razionalismo del pontefice che Ferretti definisce suo maestro. Da dilettantesco studioso di religioni quale io sono, trovo non prive di interesse le idee fondamentaliste del nostro su alcuni effetti del concilio vaticano secondo.

Mi capiterà una domenica successiva, a Jaffo, di seguire una messa in inglese, lingua a me incomprensibile. Intristito da canti di gusto melenso pop accompagnati da chitarra e uno schermo di fianco all'altare, grande come l'altare, su cui scorrono a mo' di karaoke le strofe. Accettando come scontate le ottime intenzioni che hanno prodotto questa riforma liturgica non posso non pregare, con tutto il cuore, perché si ponga termine a tale decadenza senza limite.

E vi sono pagine di viaggio. Lunghe e forti sono quelle dedicate a Israele, non facili da digerire. Molte critiche alla vulgata della sinistra italica che non posso non sottoscrivere:

Israele ha subito ininterrottamente guerre e pressioni da parte di tutti i paesi arabi e, meraviglia, ha vinto. Reagendo ha fortificato ed allargato i propri confini. Al contrario dei suoi aggressori non ha annientato la presenza araba. Nessun ebreo vive oggi nei paesi confinanti. In Israele, che è uno stato democratico, gli arabi mussulmani discendenti dell'ultima conquista della patria ebraica e relativa distruzione sono sì vittime ma della contingenza storico-geografica, dei regimi arabi, dei propri dirigenti politico-sociali-religiosi, molto più che di Israele.

Da sempre cultore di pensieri forti, Ferretti adotta in pieno la Weltanschaung che si è scelto: la terra di Palestina è patria ebraica, gli arabi sono discendenti dell'ultima conquista. Ciononostante l'osservazione colpisce il bersaglio. Quante volte ho represso una smorfia vedendo il volto di Arafat (gli accordi cinici, i conti in Svizzera...) portato come un vessillo nelle piazze? Vi sono poi altri punti in cui Ferretti mette alla prova nervi e pazienza:

Consolato dalla presenza di giovanissimi soldati, maschi e femmine, figli di Davide, mi infilo leggero nella porta di Damasco, utero caldo umido speziato della storia, la mia storia nel mondo.

Sull'esercito israeliano torna ripetutamente, Ferretti. Ultimo baluardo ai pogrom, sì. Ma troppo spesso è dimentico di come quella stessa macchina da guerra mandi quei giovanissimi soldati a far lavoro di Erode nei vicoli di Gaza. Un'unilateralità che in chiunque altro mi farebbe incazzare in modo irrevocabile.

Perché Ferretti no? Perché in lui leggo buona fede. Ma fosse soltanto questa, non basterebbe. Di carnefici in buona fede traboccano le biblioteche. C'è una sensibilità di cui ho fiducia. C'è la certezza che, per quante sciocchezze possa dire (l'ammette lui stesso di capirne ben poco, di politica e società), Giovanni Lindo Ferretti rimane se stesso, più profondamente umano di molti altri che pure portano idee più affini alle mie. E io, per concludere, a questo eresiarca cantore dell'Ortodossia continuo a voler bene, se non altro perché con questa svolta si è limitato a confermare quanto già disse in passato.

Sono un povero stupido so solo che
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c'è c'è e chi non c'è non c'è
Chi c'è c'è e chi non c'è non c'è
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Se tu pensi di fare di me un idolo
Lo brucerò
Trasformami in megafono m'incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va,
non va, non va...



CSI, A tratti.

mercoledì 5 agosto 2009

Massacro a Smerwick.



11 novembre 1580, Smerwick, Irlanda.

Il forte coperto di muschio stava acquattato in cima al colle come una vecchia tartaruga. La pioggia di novembre scrosciava fitta e sottile, tintinnando sugli elmi ammaccati degli uomini di guardia. Da quando il fuoco esausto dei difensori si era placato, poco prima, nel campo degli assedianti regnava il silenzio. Al lupo non rimaneva che attendere che l'agnello uscisse dalla grotta in cui si era cacciato. Le porte del forte si aprirono lentamente e due mercenari uscirono recando alta una bandiera bianca: accettavano di parlamentare con il Lord Rappresentante.

Indossavano vesti sgargianti e, nonostante i tessuti fossero zuppi, gli Inglesi non potevano fare a meno di strabuzzare gli occhi davanti a tanto lusso. I due mercenari si avvicinarono al trotto, scesero con un balzo di sella e s'inchinarono al Lord Rappresentante. Sprezzante, questi li squadrava dall'alto del suo destriero. Avevano lunghi capelli neri, barbe puntute e pelle olivastra. Gente avvezza a cieli diversi dalla coperta plumbea d'Irlanda.


Poco lontano, nascosto nel sottobosco, il vecchio galloglas osservava la scena assieme a suo figlio. Accarezzava le rune che segnavano la lama dello spadone.

Poveracci - disse - vanno ad arrendersi. Qualsiasi cosa facciano, domani quei cani Inglesi li ammazzeranno tutti.

Il figlio sbirciava da oltre il cespuglio, era perplesso. Non capisco papà. Se mandiamo via gli Inglesi e chiamiamo al loro posto gli Spagnoli, chi ci assicura che non faranno lo stesso?

Il vecchio galloglas guardò ammirato il rampollo. Hai ragione, figlio mio. Ma se gli Spagnoli proveranno a fare lo stesso allora butteremo a mare anche loro. In ogni caso, quei poveri bastardi là dentro non sono Spagnoli, sono Italiani.

Italiani?

Sì. Soldati che il Papa in persona ha inviato in Irlanda per portare rinforzi e armi alla nostra rivolta. E' un peccato che Desmond non sia riuscito a venire a tirarli fuori da quel buco. Ci avrebbero fatto comodo.

E come sono gli Italiani, papà?

Non lo so. A occhio e croce, direi che sono come noi. Straccioni, tagliagole. Quelli lì, in ogni caso, entro domani al tramonto saranno soltanto morti.

Ma non sono straccioni, papà - obiettò il ragazzo - sono vestiti da gran signori. Perché anche gli Irlandesi non vanno vestiti come gli Italiani?

Il ceffone del vecchiò colpì la nuca del figlio lentamente, ma con forza.

Chiudi il becco - disse -. Ricordati che se sei abbastanza fortunato da nascere irlandese...

...vuol dire che sei fortunato abbastanza... Concluse il ragazzo con un sospiro.


La mattina del 12 novembre 1580 il contingente di settecento uomini che il Papa aveva inviato in Irlanda per difendere il Cattolicesimo dalle grinfie della regina eretica Elisabetta I d'Inghilterra s'arrese alle truppe di sir Grey, Lord Rappresentante. I mercenari, quasi tutti Italiani e qualche Spagnolo, erano convinti che avrebbero avuto salva la vita. Furono invece trucidati dagli Inglesi non appena ebbero poggiato armi e armature.

(Sopra: un'incisione di messer Albrecht Dürer rappresentante i feroci galloglas irlandesi)

Dedicato all'Adespoto, che dovrebbe far ritorno in questi giorni dall'Isola di Smeraldo.

martedì 4 agosto 2009

Cellaris.



Strahlungen III.

Parigi, 6 marzo 1942

...A mezzogiorno da Prunier con Mossakowski, che a suo tempo è stato collaboratore di Cellaris. A quel che lui dice, nei grandi mattatoi istituiti nei paesi del confine orientale ci sono macellai, che hanno ammazzato con le proprie mani tanta gente quanti sono gli abitanti di una città di media grandezza. Basta una di queste notizie per smorzare la luce di un giorno. Si è tentati di chiudere gli occhi di fronte a esse. Invece è bene esaminare attentamente come un medico che osservi una ferita. Sono i sintomi dell'immenso focolaio che si dovrebbe guarire e io credo guaribile.
Se non avessi questa fiducia, andrei immediatamente ad patres, all'aria pura, fuori di questo mare di fango. Spesso la morte, in mezzo a questo formicolio di lèmuri e di anfibi, mi sembra una festa.

E' in questo passo del marzo '42, alle soglie dell'orrore della Soluzione Finale, che Jünger cita per la prima volta nei suoi diari il nome di Cellaris, ovvero Ernst Niekisch. Maestro di quella congrega di pazzi che si autodefinivano nazionalbolscevichi, Niekisch era proprio il tipo di Jünger. Di provenienza politica socialista rivoluzionaria, Cellaris fu presidente del Comitato centrale della repubblica sovietica di Monaco nel 1919. In seguito a quell'esperienza si allontanò dall'Spd per fondare la rivista Der Wiederstand (La Resistenza) dalla quale predicava idee singolari: secondo Niekisch l'unica possibilità di liberazione per la Germania consisteva nella creazione di un "socialismo prussiano", che fondesse in sé il militarismo teutonico degli Junker al totalitarismo collettivista della Russia bolscevica. Ed è proprio nell'Unione Sovietica che Niekisch identificava l'alleato ideale della Germania nazionalbolscevica, tanto che le due avrebbero dovuto formare un blocco germano-slavo eurasiatico che avrebbe dovuto preservare le genti d'Europa dalle nefaste conseguenze della visione economica del mondo, come il liberalismo e la democrazia. Questo, in sintesi, è il succo del nazionalbolscevismo.


Capirete anche voi che, con idee così, quello schizzato del giovane Jünger e il professor Niekisch non potevano che andare d'accordo. E non è un caso se furono praticamente soltanto i nazionalbolscevichi a plaudire la pubblicazione di Der Arbeiter, nel 1932. L'influenza del pensiero di Niekisch sull'opera jüngeriana del periodo non va sottovalutata, anche perché tra i due si sviluppò una forte amicizia. Un rapporto la cui intensità traspare nelle pagine di Irradiazioni, dove spesso lo scrittore ricorda il compagno di lotte, a quel tempo malato e incarcerato dagli aguzzini del Terzo Reich a causa della sua opposizione al regime hitleriano, considerato da Niekisch una rovina per la Germania.

Scrive Jünger il 14 aprile del '43:

Visita del pittore Hohly. Mi ha portato i saluti della moglie di Cellaris e mi ha detto che questi, nonostante la sua grave malattia, è assai vivo spiritualmente. Si può sperare, così, che possa, ancora, vedere la luce.

Una settimana più tardi è ancora una volta la visita di un vecchio amico, tale Toepfer, a riportare Jünger alla memoria dei tempi andati. Jünger abbozza, in due righe ma centrandolo perfettamente, il motivo del prevalere del nazionalsocialismo sugli altri movimenti rivoluzionari del tempo:

...Conversazione politica, poi ricordi di Cellaris e del vecchio tempo in cui militavamo tra i nazionalisti. Particolarmente rimane notevole il convegno segreto di Eichhof del 1929. La storia di questi anni con i suoi pensatori, con i suoi uomini di azione, i suoi martiri, le sue comparse deve ancora essere scritta; vivevamo allora nell'uovo del Leviatano. La scuola di Monaco, cioè la più superficiale, è poi riuscita; era, infatti, alla portata di tutti. Nelle mie lettere e nei miei appunti di allora compaiono una infinità di persone: avevano, inoltre, grandi vedute Niekisch, Hielscher, Ernst von Salomon, Kreitz e Albrecht Erich Günther, il quale è morto da poco. Gli altri o sono stati assassinati o sono emigrati o si sono disillusi; alcuni occupano oggi posti di responsabilità nell'esercito, nel controspionaggio, o nel partito. Tuttavia coloro che ancora restano sulla terra parleranno sempre volentieri di quei tempi; si viveva allora profondamente nell'"idea". Così mi immagino Robespierre ad Arras.

Dopo essersi soffermato, il 30 aprile, sul magnetismo demoniaco della figura di Niekisch, il 22 giugno 1943 Jünger torna a far visita al pittore Hohly. Argomento della discussione è, ancora una volta, il pensatore nazionalbolscevico: il passo è, secondo me, fondamentale per comprendere le aspirazioni politiche di Jünger nella sua fase totalitaria, sebbene nel momento in cui vergò queste parole egli l'avesse già superata.

Su Cellaris: il suo comportamento è considerato un potente esempio: dimostra come su questa terra la vera resistenza sia rara. Sembra che poco tempo prima del suo arresto lo avvolgesse già un'aura ammonitrice di quello che lo sovrastava. Hohly ha raccontato infatti come la sua vecchia mamma, morta proprio in quei giorni, nei vaneggiamenti dell'agonia, abbia più volte esclamato: "Ernesto, Ernesto, ma è terribile come ti perseguitano!" Così pure il dottor Strünkmann a Blankenburg, si dice, fu preso durante una conversazione con lui da una specie di di crampo, durato alcuni secondi, in una specie di chiaroveggenza, e che, poi, divenuto mortalmente pallido, abbia detto: "Cellaris, io non la rivedo più. C'è qualcosa di spaventoso davanti a lei". Questo contrasta stranamente con il carattere di Cellaris del tutto pratico e legato al reale. Certo è almeno che questo uomo sarebbe potuto divenire qualcosa di significativo per la storia tedesca; avrebbe potuto incanalare le libere acque in un alveo, nel quale forza e spirito, ora separati, si sarebbero riuniti e in misura tale, che avrebbero dato luogo a una saldezza e a una inoppugnabilità infinitamente superiori. Però i demagoghi hanno promesso tutto questo molto più a buon mercato e nello stesso tempo hanno riconosciuto quanto egli fosse pericoloso. Certo è che sotto la sua egida la guerra con la Russia sarebbe stata evitata e inoltre non si sarebbe mai arrivati alle atrocità contro gli ebrei, che ci pongono contro tutto l'universo. Sarebbe venuta a mancare tutta la parte volgare, falsa, pretenziosa della faccenda, l'assurdo panoptico dei falsi idoli non avrebbe mai acquistato un significato. E sarebbe mancato alle vele delle democrazie gran parte del cosiddetto "vento di giustizia".
Se questo non è stato possibile, è colpa delle forze conservatrici, che dovevano prevedere dove le cose sarebbero andate a finire. Ugualmente la gioventù tedesca ha tradito i suoi istinti. Così erano i giovani: "forti come l'acciaio Krupp, resistenti come cuoio, veloci come levrieri"; così erano i giovani che Kniébolo (il soprannome demoniaco di Hitler ndZ) a ragione arringava come il seguito adatto a lui: cioè la stirpe che in caso di bisogno si sarebbe potuta produrre anche nella siderurgia e nelle concerie con l'aiuto dello sperma animale. Così si doveva per forza giungere all'americanizzazione, ma senza il loro "valore planetario", alla soluzione ametafisica, a una esecuzione puramente tecnica della "mobilitazione totale".

Si può osservare con un brivido come la pecca principale che Jünger attribuisce alle atrocità contro gli ebrei sia l'aver messo il mondo contro la Germania. Va anche detto, però, che in altri punti del diario lo scrittore identifica con chiarezza nell'accanimento antisemita il punto di frattura che porta la realtà alla deriva nel mare del nichilismo.

Il 2 luglio Jünger torna ancora su Cellaris, del quale giungono nuove preoccupanti:

Come sento da Kraus, Cellaris corre ora un grande pericolo. E' in atto lo "sfollamento" del carcere nel quale è detenuto e, al primo tentativo di impadronirsi di lui, si dice, gli si sarebbero posti dinanzi il direttore, il cappellano e anche i secondini. Tuttavia la protezione che questa gente può offrire a lui, vittima malata e indifesa, contro chi è così spaventosamente potente, è purtroppo minima. Il figlio dello stesso Cellaris, del resto, è in Russia, al fronte.

L'8 giugno il nostro incontra nuovamente Kraus, un esperto di balistica, e parla nuovamente di Niekisch. Il passo è interessante:

Abbiamo parlato... di Cellaris, che si trova ancora in carcere, per il quale però, come per moltissimi altri suoi compagni di sventura, forse suonerà presto l'ora della liberazione.

E' allo sbarco in Normandia, avvenuto due giorni prima, che Jünger si riferisce? O piuttosto alla congiura antihitleriana degli ufficiali della Wehrmacht, che il 20 luglio avrebbe portato all'attentato al Führer e per la quale Jünger stava scrivendo il manifesto politico La Pace?

La fine del conflitto vede Jünger tornare in Germania, espulso dalla Wehrmacht e affranto per la perdita del figlio Ernstel. Nell'ultima parte del diario lo scrittore parla nuovamente del vecchio amico Cellaris, il cui destino, nelle mani del regime in piena Götterdämmerung, sembra ormai segnato.

Kirchhorst, 7 gennaio 1945

Tristitia. Prima di svegliarmi ho sognato Cellaris. Penso a lui ogni giorno; che cosa non darei perché egli rivedesse ancora una volta la luce, libero spiritualmente e fisicamente, anche se la sua salute è minata per sempre.

Kirchhorst, 5 aprile 1945

L'accresciuto movimento delle strade porta di conseguenza il passaggio di diversi conoscenti: per esempio oggi un certo tenente Wollny, in cammino per il Weser. Aveva notizie di Niekisch. Si dice che sia nei piani una "liquidazione" degli ergastoli. Niekisch è riuscito a far pervenire a sua moglie una lettera nella quale le ha scritto che questa sarebbe una logica conclusione del suo destino. Tutte le sue profezie, particolarmente quella del suo scritto Hitler, una fatalità tedesca si sarebbero avverate. Tuttavia sua moglie spera ancora che non giungerà a trucidarli. Io rifletto a questo destino sempre con un particolare senso di amarezza.

Niekisch non fu trucidato, alla fin fine. Tornò libero alla caduta del regime, ormai quasi cieco e con la salute irrimediabilmente compromessa. Partecipò con entusiasmo ai primi anni della Ddr, sperando di riuscire in essa a coronare il suo sogno di un "socialismo prussiano". Fu un sogno che durò ben poco: deluso dal carattere oppressivo del regime e dalla sua sudditanza ai voleri sovietici, scappò a ovest nel 1955, dove morì dodici anni più tardi.

lunedì 3 agosto 2009

London calling...



Forse qualcuno di voi riconoscerà quest'omino dell'espressione intelligente. E' Roberto Fiore, leader di quella collezione di menti eccelse e sessualità irrisolte detta Forza Nuova.

Incrociai Roby Flower qualche anno fa. Venne a tenere una conferenza nella mia città e per l'occasione fu organizzato un picchetto antifascista. La biblioteca in cui il nostro doveva effondere scienza ha tre accessi: da una via doveva arrivare lui, e non ci si poteva stare, nell'altra c'erano quei pirla dei Disobbedienti (menti eccelse, sessualità irrisolte, anche loro) che tiravano petardi ai poliziotti, mentre nella terza via c'eravamo noi, membri del bonario gruppo di estrema sinistra in cui militavo ai tempi.

Con i caramba che presidiavano la via ci accordammo in un secondo, noi non avevamo intenzione di far sciocchezze e manco loro erano poi tanto contenti di starsene in divisa antisommossa sotto il sole dei primi di settembre per salvare il culo a uno stronzo.

Ad un ceto punto vediamo arrivare un grosso fuoristrada nero, con i vetri oscurati. Si apre la porta, escono un paio di gorilla con la testa rasata (menti eccelse, sessualità irrisolte) e infine lui, Roby Flower.

Camminava baldanzoso verso la biblioteca con l'aria di chi affronta con sdegno l'odio degli avversari. Probabilmente si aspettava che qualcuno gli urlasse stronzo fascista o qualcosa così. E infatti dev'esserci rimasto un po' di merda quando gli urlai:

Scappa Roby, scappa in Inghilterra che hanno liberato Fioravanti!

Fiore. Fioravanti. Un profluvio floreale la storia del neofascismo italiano negli anni '70. Giusva Fioravanti, lo saprete, era quel grazioso maniaco omicida baby face dei Nar che mandò all'altro mondo un sacco di gente nei seventies e in cui s'è voluto vedere il colpevole della strage di Bologna. Lo vedete qui sotto in un'immagine giovanile, quando interpretava il bimbetto carino nel telefilm La famiglia Benvenuti.


Non c'interessa qui ripercorrere per intero la vicenda del buon Giusva, ci basti ricordare che nel 1980 Roby Flower (che al tempo guidava Terza Posizione, probabile braccio politico dei Nar) fu costretto a scappare all'estero e rifugiarsi in Inghilterra un po' perché la polizia lo braccava, ma soprattutto perché Giusva (che fu arrestato poco dopo) lo accusava di aver rubato i soldi del movimento e per questo voleva assicurarsi di mandarlo al Creatore imbottendolo col parabellum.

Ecco perché, quando sentì il mio simpatico avvertimento, Roby perse il suo sorrisetto del cazzo e si voltò a guardarmi negli occhi, prima di entrare nella biblioteca. Non era vero, ovviamente, ma immagino sia sgradevole sentirsi ricordare che un fanatico assassino ha giurato di ucciderti.

Beh, ora lo liberano per davvero, Giusva Fioravanti, nonostante le innumerevoli condanne all'ergastolo. Io non sono contento, ma scommetto che c'è qualcuno che lo è ancora meno di me.

sabato 1 agosto 2009

Risposta pronta.



La risposta pronta è un tratto caratteristico del triestino. L'altro giorno dovevo andare a una conferenza stampa al Coroneo, il carcere di Trieste. Ero in ritardo, e decisi di prendere il taxi.

Z: Buondì, la me porta in Coroneo per favor?

Tassista: In Coroneo? Alora no la speto fora.

Z: Ma no la se preocupi, stago solo una mez'oreta!

T: Ah, e cossa la ga fato? La ga schizzà un moscerin?

Sono tornato.



Un mesetto di vacanza telematica non fa male a nessuno, no? E poi si sa che quando posto il cane più brutto del mondo poi manco per un po'. Comunque ora son qui, ragazzi, ben ritrovati.

La realtà era apparenza, Velo di Maja; lo percepiva, lo sentiva con una chiarezza abbagliante e inesprimibile a parole; ma tra le maglie del Velo, in attesa dell’annichilimento senza scampo di questo inutile e assurdo Io, c’era il tempo di godere di tanti piccoli e, se capitava, grandi piaceri. E senza rompere le palle a nessuno.

sabato 27 giugno 2009

Aridaje.


Forse qualcuno di voi ricorderà Gus, il cane più osceno del mondo. Beh, come sapete alla fine il povero Gus è stato accoppato da una brutta malattia, un po' come Maicolgecson. Ecco quindi Miss Ellie, il nuovo cane più brutto del mondo! Secondo me, comunque, era più brutto Gus.

Generali.



Quanto all'esser generali, bene, a quattro anni con cappelli di carta e spade di legno siam tutti generali. Solo alcuni di noi poi non crescono.

Peter Ustinov.

Valori occulti.

E' un po' che non facciamo il nostro giochetto degli abbinamenti. Eccovi il primo, facile facile, tanto per scaldarsi:



E vabbé non era niente di che, in fondo a pensarci un po' era ovvio, come al solito. Un gioco da bambini.

Ma questa non la trovate più interessante?



Secondo me è alquanto interessante. Leggete un po' che si racconta del compagno Rizzo, purgato recentemente dai comunisti italiani e improvvisamente colto da un attacco di buona memoria (dal Corriere della Sera):

L'accusa è giunta via telegramma: «Comportamenti ostili al partito tenuti nell' ultima campagna elettorale». Pertanto, ieri mattina Marco Rizzo era davanti alla Commissione nazionale di garanzia dei Comunisti italiani a rendere conto. Ma con assoluto dissenso, spiega ora «l' indagato»: «Oliviero Diliberto non vuole pagare il conto di due imbarazzanti sconfitte nel giro di poco più di un anno, cerca capri espiatori interni e invece di dare spiegazioni è già pronta la procedura della mia espulsione dal partito». Una motivazione all' addebito del Pdci Rizzo l' ha trovata. E non ha niente a che vedere con «la larga parte della mia vita dedicata con totale trasparenza alla militanza». La situazione - spiega - «è precipitata dopo che ho fatto notare a Diliberto che diverse iniziative pubbliche locali da lui svolte nel tempo lo vedevano sempre "accompagnato" da un volto noto della P2 di Licio Gelli: Giancarlo Elia Valori. Dal 2003 al 2007 il segretario ha partecipato a ben otto avvenimenti con quest' uomo. Gli ho chiesto chiarimenti in forma riservata per non nuocere all' immagine del partito né alla campagna elettorale. Non ho ricevuto risposte plausibili, solo una procedura di espulsione». Stamattina Rizzo argomenterà la sua difesa in una conferenza stampa alla Camera, intanto però precisa: «Io non so se Diliberto sia iscritto ad associazioni segrete né m' interessa saperlo. Però ho i documenti che provano le sue frequentazioni imbarazzanti, perciò ne chiedo le dimissioni immediate: può un segretario comunista interloquire così a lungo con un' espressione di quei poteri che a parole dice da sempre di voler contrastare?».

Ma a tal proposito, o forse no, ce lo ricordiamo questo signore?


Ma sì che ce lo ricordiamo, quell'Alessandro Bianchi che spuntò come una cometa ai tempi del secondo governo Prodi, proposto dal Pdci al ministero dei Trasporti! Dai, il rettore dell'università Mediterranea di Reggio Calabria! Dai, l'urbanista che poi è passato ai ranghi del Pd!

Ooops... ho detto ministero dei Trasporti? Aspetta aspetta, provo a pescare nel mio inconscio una parola che appartenga al medesimo ambito semantico. Toh: autostrade.

Odio la dietrologia, ma l'Italia te la tira fuori con le pinze. E assume anche un senso diverso l'aneddoto di un amico di Torino, uno che militava a buoni livelli nel Pdci, sui rapporti calorosi di Diliberto con la Corea del Nord... Chissà chi glieli avrà forniti i contatti, eh? Mica un grande amico italiano di Kim Il Sung?

Mmmh, bocca mia taci, và. 

Muto sono: bacio le mani, il compasso, la traversetta, il triangolo con l'occhio, quel che vi pare. O quasi.

venerdì 26 giugno 2009

Con lui si!



Qualche tempo fa son stato a una conferenza in cui Massimo Fini e Marco Travaglio parlavano di Montanelli. Fini raccontò che una volta entrò nell'ufficio del vecchio e lo trovò tutt'intento a inveire contro i democristiani. Secondo lui erano degli avversari indegni, putridi e meschini.

"Con lui sì - disse Montanelli - che ci sarebbe stato gusto!" e dalla sua scrivania prese una foto, in una di quelle cornici in cui solitamente si mettono le immagini dei figli. Era la foto dell'omino qui sotto.


Hehehehe.

mercoledì 24 giugno 2009

Hah, questo sì che è un miracolo!

martedì 23 giugno 2009

Quell'uomo lì ha trovato.



Passiamo il confine croato con due macchine, in una il signor K e la Bufalona, nell'altra la Menade e il bizantino di quartiere.

Ci ferma un uomo corpulento e baffuto che indossa una divisa blu.

Mai fermati prima a confine croato? - ci chiede in un italiano discreto.

Rispondiamo di no, lui ci accompagna cortesemente al suo ufficio. Le ragazze vengono fatte cavallerescamente aspettare fuori, perché certe cose si discutono tra uomini.

Io e il signor K. entriamo.

L'uomo si siede alla scrivania, ci fa segno di accomodarci. C'è una sedia sola, rimaniamo in piedi. Entra anche il suo collega, smilzo, in borghese, con due vispi occhietti verdi.

L'uomo corpulento tiene un'amichevole orazione, ora in italiano ora in inglese.

In Croazia droga è illegale, come in vostro paese. Cosa importante per me, è che gente che viene in Croazia non ha problemi. 

Sono sempre stato un tipino piuttosto ascetico, ma fin da bambino bastava accusarmi di dire una bugia perché mi sentissi in colpa e assumessi un'aria colpevole. Puntualmente iniziano a tremarmi le gambe.

Allora io do a voi due possibilità:

Primo: se voi avete qualcosa, voi date a me e io vedo cosa avete. Allora voi dovete pagare, forse cinquanta euro, forse trenta, forse niente, non so. Devo prima vedere cosa voi avete.

Seconda possibilità: voi non mi date niente, e noi facciamo controllo. Ma se voi avete qualcosa, voi state sicuri che noi troviamo, quell'uomo lì trova. - indica il collega che sta in piedi, appoggiato al muro - e poi voi avrete grossi problemi, qui in Croazia e in vostro paese.

Per spiegare meglio il concetto, tira fuori una lattina di birra apparentemente ordinaria. La apre in due rivelando un contenitore ermetico di plastica.

Settimana scorsa austriaco venuto qui. Io fatto lui stesso discorso, dato stesse possibilità. Lui detto che non aveva niente. Noi abbiamo trovato questo. Quell'uomo lì ha trovato questo. Poi austriaco piangeva, chiedeva me di lasciare andare. Ma troppo tardi, lui avuto sua possibilità, lui scelto, responsabilità sua.

Ora io dà voi cinque minuti per pensare, voi uscite, parlate con vostre ragazze e poi voi dite me vostra scelta.

Io e il signor K. ci guardiamo e gli diciamo che non serve il consulto, non abbiamo niente.

Voi chiedete comunque vostre ragazze, non si sa mai.

Usciamo, chiediamo che non si sa mai, torniamo dentro, ripetiamo la risposta.

Voi fumate in Italia? - ci chiede un po' piccato.

Alla risposta negativa sbuffa. Parla un po' con il collega in croato.

Bene, potete andare. Io non vi credo, ma quell'uomo lì vi crede. Sarà per prossima volta.

Il collega ci strizza l'occhiolino vispo con aria complice.

Risaliamo in macchina, teliamo.

Cari, vecchi Balcani: non varranno le ossa di un granatiere di Pomerania, come diceva il gran cancelliere, ma ci si diverte sempre un sacco.

martedì 16 giugno 2009

Ma Ćevapčići viene da şiş kebap?



Beh, ragazzi, il vostro bizantino di quartiere si sprofonda per qualche giorno nei Balcani. Tappa in Istria e poi giù in Dalmazia, credo.

Ma prima di lasciarvi non posso non bullarmi. Era l'11 giugno, due giorni prima delle elezioni iraniane, quando dissi che la chiave per il cambiamento nel mondo islamico è la ripetizione (nel senso žižekiano del termine) della Rivoluzione iraniana. Comunque vada a finire questa rivolta, stroncata (cosa ampiamente probabile), riuscita con o senza un colpo di mano di Khamenei, sputtanata da chissà quale risvolto, il bizantino vi aveva avvertito.

A parte queste considerazioni del cacchio, con il cuore sono su quelle strade. Che dire di più? Ehm...

Allahu akbar! Allahu akbar! Allahu akbar!

Reichsminister del Turismo.



Ma vostro onore, questi non sono uomini, sono topi!

El Grinta.

domenica 14 giugno 2009

Ahi-ahi-ahi-madinejad.



Maledizione. So benissimo che i candidati riformatori alle elezioni iraniane sono di norma altrettanto corrotti di quelli conservatori, ciò non ostante avrei accolto con gioia una vittoria di Moussavi. Ma c'era da aspettarselo: i media occidentali sono sempre eccessivamente ottimisti quando si tratta di elezioni in Iran. E poi una seconda sorpresa dopo la sconfitta di Hezbollah in Libano sarebbe stata troppo. Ahimé sembra che ancora per qualche anno Khamenei voglia propinarci un governo nazionalista, antisemita e fanatico.

Quello che più mi angoscia, in queste ore, è vedere i giovani iraniani schiacciati, gli ultimi sospiri della Rivoluzione cadere nuovamente sotto i colpi del Grande Inquisitore.

Mala tempora currunt.

giovedì 11 giugno 2009

Aforisma 129. Un sorriso dei più...



Un sorriso dei più incantevoli ed enigmatici è patrimonio esclusivo (antropologico, culturale-evolutivo) delle ragazze che portano occhiali da miope, chiari s'intende, con montatura impalpabile (le lenti nere fanno di ogni donna e di ogni uomo un mostro: non le scoraggio, perché proteggono la vista). Il tipo non è infrequente: di solito è magrolino, il capello è biondo o castano chiaro, l'andatura molto svelta, dietro le lenti la luce degli occhi è pallida, lo sguardo che la natura ha limitato è rivolto a lontananze ignote. Il loro sorriso quando accenna a manifestarsi è luminosissimo. Giurerei che preannuncia, per chi le ami o amerà, una superiore estensione della felicità possibile.

Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere.

Talking about a revolution.


Assetate sdegnano l'abbeverata
corrono al suo richiamo
tendono alla sua mano
cavalle del Profeta
Profeta, Dio lo ha in gloria, Mohammed.


Giovanni Lindo Ferretti, Cavalli e cavalle.

Ma poi in che punto storico nasce sta cattiva reputazione dei sciiti (non solo qui da noi?) che a parte a me, te e corbin stan sulle balle a tutti sembra :)

Can Sboldro.

E' un'ottima domanda questa di Can Sboldro, tanto che ci dedichiamo un post. Parlare della percezione dello Sciismo nel corso della sua storia non è cosa semplice. Proverei a distinguere almeno tre livelli di analisi. Primo è l'effettiva evoluzione dello Sciismo e delle sue numerose correnti, e il suo rapporto con l'aspetto giuridico dell'Islam. Secondo è la fama dello Sciismo all'interno dell'Umma islamica dalla sua nascita in poi. Ultima viene la percezione dello Sciismo in occidente, fenomeno invero piuttosto recente e fortemente influenzato tanto dal primo quanto dal secondo punto.

Cominciamo dal principio. Perché gli Sciiti si divisero dai Sunniti? 'Ali, nipote e genero del Profeta (su di Lui la pace), si oppose da principio all'elezione di Abu Bakr al ruolo di primo Califfo, vicario di Maometto. A posteriori, possiamo trovare diversi moventi a questa scelta.


Personale: 'Ali, in quanto parente di sangue e acquisito del Profeta, pensava di aver più diritto di Abu Bakr alla sucessione. 

Politica: 'Ali e i suoi seguaci, ben conoscendo la tendenza a dividersi in tribù del popolo arabo, volevano impedire che alla morte di Maometto la comunità ricadesse preda di vecchie lotte intestine. Di fatto l'idea di Umma fu creata dal Profeta proprio per eliminare le antiche rivalità: mantenendo l'autorità dell'Umma nelle mani dei discendenti del Profeta (ormai esterni al sistema tribale), 'Ali e i suoi compagni volevano perpetrare quest'unità. Movente primario era per loro il timore che il ritorno al tribalismo portasse nuovamente in auge le disparità tra i musulmani, cancellando un principio basilare dell'Islam di Maometto: l'egualitarismo. Davanti ad Allah tutti gli uomini sono come i denti di un pettine, disse il Profeta.

Religiosa: in quanto favorito del Profeta, 'Ali si proclamava detentore del significato esoterico del Corano, la rivelazione divina. Senza il cuore segreto della Parola, la profezia di Maometto rischiava di venir travisata, confusa e ridotta al suo freddo lato giuridico, l'essoterico.

Uno storico materialista potrebbe facilmente ricondurre la seconda e la terza motivazione a pretesti ideologici della prima. Sostenitori di questa o quella posizione potrebbero facilmente dare la preminenza a una ignorandone altre. Il fatto è che le tre motivazioni coesistono e, anzi, simboleggiano vicendevolmente l'una con l'altra. Il contesto inafferrabile che unifica i tre livelli interpretativi è di fatto l'autentica motivazione.

Detto questo, forse saprete come continua la storia: 'Ali, divenuto il quarto Califfo, fu ucciso dal governatore della Siria Mu'awiya, della famiglia degli Omayyadi (un tempo feroci oppositori di Maometto). 'Ali è considerato dagli Sciiti il primo Imam, guida, custode e interprete del nucleo segreto della religione, e alla sua morte ereditarono il suo ruolo il figlio Hasan (che secondo i Sunniti abdicò mentre secondo gli Sciiti fu avvelenato) e poi Husayn, ucciso dagli Omayyadi nella leggendaria battaglia di Karbala, 680 d.C.

Questa allegra storiella di martiri e sangue diede alla fazione di 'Ali, coloro i quali iniziarono a chiamarsi Sciiti, la loro simbologia di sacrificio para-cristologica e una liturgia basata sul colore nero e sul lutto. A questo aggiungete le loro posizioni politiche e religiose (egualitarismo, esistenza di un cuore esoterico del testo sacro che va al di là della legge) e avrete un'idea di che cosa gli Sciiti fossero in origine. Rivoluzionari.

E come tutti i rivoluzionari furono oggetto delle peggiori persecuzioni e diffamazioni da parte dei Sunniti, seguaci del potere costituito dei Califfi e poi dei Sultani. Sulle difficili relazioni odierne tra i seguaci della Shi'a e della Sunna pesa ancora la propaganda Omayyade. Nei secoli successivi, poi, gli Sciiti si mantennero fedeli al loro ruolo cercando sovente di rovesciare il potere da loro considerato illegittimo, pensate all'esempio degli Ismailiti di cui parlammo tempo addietro.

Ogni dottrina rivoluzionaria, però, tende a sviluppare a sua volta un suo dogmatismo. E questo fecero anche gli Sciiti, tanto più che la radice esoterica della loro dottrina non era facilmente accessibile (beh, altrimenti che esoterismo sarebbe?). Anche lo Sciismo, quindi, ebbe la sua shari'a, il cui rapporto con il batin, il senso segreto della rivelazione, costituisce uno dei motivi principali per la nascita di correnti e fazioni all'interno dello Sciismo stesso. Insomma, un po' come i comunisti.


Parallelamente all'esistenza di uno Sciismo dogmatico, si sviluppa a sua volta anche un altro fattore originale: l'esistenza del clero. Il cosiddetto clero sciita si forma soltanto secoli dopo la nascita del movimento, e forse non a caso, per influsso di un potere temporale sciita, l'impero dei Safavidi di Persia (1501-1722). In ogni caso, il ruolo della gerarchia religiosa rimase sempre critico nei confronti del potere, senza mai diventare un mero strumento nelle sue mani. In questo si riflette la tendenza alla struttura duplice nel pensiero sciita: essoterico ed esoterico, Profeta e Imam. Se da un lato, quindi, possiamo vedere nella formalizzazione del clero sciita un rafforzamento di atteggiamenti dogmatici (simili a quelli sunniti), d'altra parte comporta una netta separazione tra potere spirituale e temporale.

Il momento storico decisivo per la nascita dell'attuale percezione dello Sciismo nel mondo è la Rivoluzione Iraniana. Di fronte a un potere temporale del tutto screditato, il clero sciita decise di cavalcare l'ondata rivoluzionaria popolare per istituire un nuovo ordine e portare la Fede al potere. La strategia di Khomeini (il cui libro Lo stato islamico risente non poco dell'influenza hegeliana) sarebbe sembrata blasfema a uno sciita medievale, poiché porta il potere spirituale a farsi carico di quello temporale, annullando l'autorità dell'esoterico nell'espressione dell'essoterico. In effetti sarebbe interessante andare ad analizzare i possibili parallelismi tra il khomeinismo e il cattolicesimo di Ratzinger. 

L'ayatollah cercò di ovviare a questa contraddizione creando un doppio sistema di governo per la repubblica teocratica, un sistema in cui agli organi democraticamente eletti di governo e parlamento si affiancano consigli religiosi e autorità spirituali con diritto di veto. Il rovesciamento ideologico del pensiero sciita effettuato da Khomeini ha quindi creato il paradosso di un regime religioso coesistente a uno dei pochi sistemi democratici del medioriente.


Quella Rivoluzione fece conoscere alle masse del cosiddetto Occidente il mondo dello Sciismo, fino a quel momento predominio esclusivo di appassionati orientalisti. Purtroppo, l'evoluzione di quell'evento diede modo alla millenaria propaganda anti-sciita dei Sunniti di approdare sulle rive europee e americane, trovando giustificati appigli nelle politiche di Teheran.

A mio parere però, non si deve dimenticare come sia stato proprio l'Iran sciita a tentare la via di una Rivoluzione modernizzatrice, democratica, tollerante e al contempo religiosa. Che questo tentativo sia fallito a favore delle frange più estremiste e dogmatiche è prassi comune a molte rivoluzioni, come c'insegna il buon Robespierre. Resto comunque dell'idea che lo spirito della Rivoluzione del 1979 sia la chiave con cui il mondo islamico (tanto sciita quanto sunnita) potrebbe aprire i cancelli di una nuova epoca. Se mi consentite nuovamente di citare la mia musa...


Quando Heidegger caratterizza l'avvenire stesso come "essere-stato" (Gewesene) o, più precisamente, qualcosa che è "essendo-stato", egli colloca l'avvenire stesso nel passato; non, ovviamente, nel senso che viviamo in un universo chiuso in cui ogni possibilità futura è già contenuta nel passato, in modo tale che possiamo solo ripetere, realizzare ciò che è già presente nella struttura ereditata, me nel senso molto più radicale dell'"apertura" del passato stesso: il passato stesso non è semplicemente "ciò che è stato", esso contiene potenziali nascosti, non realizzati, e l'avvenire autentico è la ripetizione/recupero di questo passato, non del passato come è stato, ma di questi elementi nel passato che il passato stesso, nella sua realtà, ha tradito, represso, non è riuscito a realizzare. In questo senso oggi si deve "ripetere Lenin": scegliere Lenin come proprio eroe (per parafrasare Heidegger) non per seguirlo e fare la stessa cosa oggi, ma per ripeterlo/recuperarlo nel senso di portare alla luce le potenzialità non realizzate del leninismo.

Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse.